Tutti i giorni sono propizi, ma alcuni lo sono particolarmente. E’ il 13 gennaio 2001. Ombre rosse come il muscolo cantato in un’ode da Cicciolina vagano attonite nel piazzale antistante il Cineteatro Delfino a Milano, zona Mecenate. Due coraggiosi cineasti, di Grazia e Manglavite, si apprestano ad affrontare il giudizio del pubblico pagante dopo aver girato il loro linguometraggio senza fruire di alcun tipo di mecenatismo. Si avvicinano strane ombre rosse, volti resi paonazzi dal gelo della brughiera milanese, in cui persino i lupi hanno fatto la loro comparsa spingendosi fino alle soglie della sala trasformata per l’occasione in una sorta di sim-sala-bim. A di Grazia tocca il gravoso compito di accogliere gli ospiti e non perde occasione di toccarsi le gonadi in una sorta di gesto sciamanico, apotropaico, mentre Manglavite trova rifugio dietro le quinte autoflagellandosi con il training autogeno prima di affrontare i pericoli della serata. Pericoli quanto mai reali a causa della vicinanza con l’Ortomercato, ove il pubblico potrebbe essersi recato a fare scorta di prodotti in via di deperimento. La sala ben presto è gremita da una canea di dervisci urlanti che trovano conforto nelle parole dei due autori saliti sul palco acclamati a furor di popolo. Manglavite prende la parola per formulare i ringraziamenti di rito che, a suo dire, dovrebbero essere rivolti dagli spettatori ai registi in quanto i primi saranno testimoni di un evento unico ed irripetibile. Il simpatico pennellone, con una verve degna di Pippo Baudo, rincuora il pubblico: "Non preoccupatevi se non capirete il significato del film, in quanto preferiamo essere fraintesi a nostra scelta che capiti a scelta altrui". Uno dei grandi ospiti della serata, il grande critico cinematografico italo-olandese Rospo Cinghio, purtroppo assente a causa di problemi familiari (l’abbandono da parte della moglie avvenuto poche ore prima), ha fatto pervenire una videocritica dell’opera che viene proiettata come antipasto per la platea affamata di citazioni. A seguire cominciano a scorrere le prime immagini del film, in cui temi profani vengono veicolati dal sacro amplificatore riciclato dalla vicina parrocchia, precisa scelta degli autori che il pubblico non mostra di apprezzare. L’audio tonitruante echeggia con un impianto degno del miglior dolbisurraund. Nel buio della sala, gli autori cercano di mescolarsi tra il pubblico per captarne gli umori e gli odori, affamati di verità e notizia. E’ un crescendo di emozioni che culmina, a proiezione inoltrata, con l’ingresso dell’ultimo spettatore pagante: alla fine il cassiere conterà più di trecento biglietti staccati. Il pubblico partecipa, come scosso dal proprio torpore cultural-esistenziale, tributando una colossale ovazione mentre sullo schermo scorrono i titoli di coda. Manglavite e di Grazia riprendono posto sul palco: mentre il secondo cade in deliquio reggendo un bottiglione di Tavernello contenente sangue liquefatto e tra il pubblico hanno luogo manifestazioni d’isteria collettiva, Manglavite, colto da delirio di onnipotenza, arringa il pubblico sui significati reconditi dell’opera. Arriva a dargli manforte l’ospite d’onore Andrea G. Pinketts, che rivela un curioso aneddoto relativo alla giacca da lui indossata per l’occasione: di un improbabile color rosa confetto è stata disegnata appositamente per la serata dallo stilista Gianni Versace, poi ucciso per questo. Pur riconoscendo i meriti artistici e i progressi fatti dai due autori (che paragona l’uno a Max Von Sydow e l’altro a Max Biaggi), Pinketts rileva che una sintesi della pellicola possa essere tratta da una delle battute da lui pronunciate nella finzione scenica: "Con due coglioni come voi ogni sforzo è vano". Lo scrittore muove un appunto anche alla scelta del luogo della proiezione, da lui definito un posto dimenticato da Dio senza nemmeno "un cazzo di bar" (una citazione tratta da Gogol o da Mogol).

 

La madre di di Grazia improvvisamente s’impossessa del microfono con un blitz regalando un ovetto Kinder alla strana coppia e declamando, a beneficio degli astanti, una poesia criptica sul cui significato nessuno osa pronunciarsi. Il sangue liquefatto nella bottiglia di Tavernello muta improvvisamente tornando nel suo stato primigenio. Per uscire dal pesante imbarazzo, i registi decidono di condividere con gli attori le luci della ribalta invitandoli sul palco per una ben meritata passerella. Tra i vari commenti che emergono nel corso del dibattito, spicca quello dell’ing. Giulio Pagliari, indimenticabile interprete nel ruolo di Marshall MacLuganega: "Quando mi hanno chiesto di prendere parte al film ero appena andato in pensione: mi sono visto prospettare una luminosa carriera nel mondo del cinema. Dopo aver interpretato la parte mi sono chiesto: ma a chi servono questi film?". Vi lasciamo anche noi con questa emblematica domanda.

 

Home