L'ultimo dei caimani: una critica

Vedere, rivedere, stravedere. Un Bukowski visto dal buco della serratura onirica e onanistica di autori in preda a enuresi notturna. Pioggia dorata d’antica memoria, idee che zampillano furiosamente trasbordando oltre l’intransitività dello stravedere. Il secretum è secreto dalla ghiandole pineali oltre la capziosità sinergica che va ben oltre gli oggetti e i corpi d’affezione. Un’intrusione eruciforme che come bruco diventa farfalla nel divenire filmico, un’intrusione oggettiva del mondo nello spazio della finzione. I due protagonisti in pectore, anticipando manifestazione di angina pectoris, s’incrociano casualmente in una pazza Erzegovina arzigogolata che rammenta echi gogoliani senza gongolarsi su di una gondola, carambolando tra le sponde delle loro vite, come nell’omonimo tiro al biliardo che provoca più di un incrocio tra le due biglie, dal nome della regione balcanica dell’Erzegovina, forse paragonando la difficoltà del tiro con la complessa situazione politica della regione. Il congegno filmico si dipana senza erubescenza dando agio ad una senescenza precoce quanto la loro sessualità come, con odio furioso, una delle mogli ricorda al protagonista attonito. I due autori riemergono dimostrando la loro anabiosi dopo l’anno sabbatico tra Espettorare è un po’ morire e la genesi zarathustriana di questa pellicola, per certi versi agorafobica, per altri infoibata nei meandri della memoria storica. Aggrumare, aggruzzolare, agguagliare, agguatare, aggueffare. Balzellon balzelloni, di Grazia e Manglavite arrivano a riscuotere il balzello dalla platea delirante, sfornando una chicca, un bon bon privo di bon ton ma con guizzi di bon mot, uno zuccherino di pasta morbida per lo più confezionato in un cestellino di carta pieghettata. Dalle pieghe bonsaistiche della mente emergono prosaiche ossessioni icastiche, borbottate con sarcasmo iattante tra lo iato e il conato: un iberismo strisciante alla Aranda senza mai divenire randa. Le abluzioni mattutine che danno inizio al film, vengono presentate come un gustoso e stuzzicante hors d’oeuvre che giunge a reificare le povere vite dei due travet. Chiara parodia della famiglia felice rappresentata sugli schermi TV dai pubblicitari alla Moulin Blanc, la scena iniziale della colazione con le consorti, dipinge con cattiveria da autentico Moulin Noir il mefitico quadretto familiare, evolvendo verso un più consono Moulin Rouge, durante la scena saffica finale più volte messa in discussione dalle cesoie della sciura Cesira di turno che vorrebbe anche qui frapporre una cesura tra verità e rappresentazione, vera assoluzione in articulo mortis prima del rigor mortis che prelude al rigore intellettuale dei registi. I due uomini hanno paura. La paura wendersiana del portiere prima del calcio di rigore. Le loro vacue certezze vengono demolite lungo il cammino che li porta lungo una selva oscura a scavare nei meandri delle abiezioni umane, rappresentate dagli improbabili incontri con ancora più improbabili protagonisti: un suonatore di pianola che non risorge dal pitale delle buone intenzioni, un pit stop da Per chi suona la campana con una suora pittata da peripatetica, patetica nella presunta conservazione della propria sciaguattata castità; la folle corsa rettilineoconcentrica di MacLuganega, che con la teoria del risotto globale anticipa i tempi, i modi e il folle realismo delle convergenze parallele. Con un occhio (nero) a Griffith e un altro (viola) a Benvenuti (Nino), la camera dell’orrore scava nell’adipe della reietta nella fabbrica laddove ella è stata ghettizzata da una società sonnambolica. La trovata scenica dell’Orsacchiotto Baciotto , inibito rappresentante di una pletora di uomini sciovinisti ci lascia l’amaro in bocca in quanto uomini e in quanto sciovinisti, ma soprattutto perché riassume sciorinando un modus vivendi, un modus operandi, un modus coitandi, con un’accesa vitalità paragonabile al trip fumante accompagnato dal nettare degli dei in una di quelle trattorie che Bellocchio ci ha insegnato ad apprezzare con occhio irriverente. Il voyeurismo euristico scivola con la macchina da presa finanche a sfiorare la soggettività con un’insistita soggettiva yuppica, alludendo alla contestazione del mondo, alla sua Weltanschauung, provocando anche subito l’ovvio disagio di trovarsi di fronte ad ex mangia-bambini divenuti magistralmente adulti-bambini, essi stessi vittime del perverso meccanismo ideologico che ne divora l’anima, come ci ricorda Fassbinder, un altro che di paura se ne intende, al pari di Wenders, o di Murnau ma senza espressionismo. L’etica calvinista zwingliana sfocia in uno zoppicante contrasto con tanta parte dello zibellino non sottoposto a zooprofilassi, zuppa zuccherina esaltata dalla zoomata dell’operatore in una zucca barucca zoster, zigzagando ziganamente come uno zerozerosette: del numero il film salva il sette della cabala esprimendo lo zero della sua personalità nel corso del work in progress.

Buona visione.

Il video su YouTube

 

Rospo Cinghio, critico cinematografico olandese da anni residente in Italia, dedica da tempo molta attenzione alle opere della Trash-O-Matik, meritando a pieno titolo l'ostracismo che la critica tutta gli ha pervicacemente riservato per questa sua scelta suicida.

 

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